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  • Immagine del redattoreELISA PIOPPI

Mangiare per sopravvivere, nutrirsi per amore.




Dimmi quel che mangi e ti dirò chi sei”. Anthelme Brillat-Savarin


È trascorso appena qualche secondo dal nostro primo vagito e già, istintivamente, schiudiamo le labbra in cerca di nutrimento. Dalla prima poppata, nel confortevole calore di un abbraccio, all’ultimo caffè, bevuto al volo davanti a una macchinetta nella compagnia frettolosa di un collega, rispondiamo al bisogno primario di nutrirci. L’atto del nutrirsi, comune a tutti gli esseri viventi, è un atto bio-psicologico che soddisfa il bisogno primario di sopravvivenza; esso è regolato da complessi meccanismi neurologici e ormonali che gestiscono il senso di fame e sazietà e che ci accompagna dalla notte dei tempi.


Ma siamo sicuri che si tratti solo di questo?


Proviamo a immaginarci queste scene e a entrare in contatto con ciò che sentiamo.

Un neonato dal volto placido che viene allattato tra le braccia di una madre; un adolescente che condivide il suo pasto con gli amici in un fast food discutendo con loro dell’ultima verifica di matematica o, ancora, un nostro parente che offre una fetta di torta per il suo compleanno e alza il calice per un brindisi.

Che cosa ci suscitano queste vignette? Siamo certi che i protagonisti si stiano solamente nutrendo?

La fame è certamente un istinto primario, di sopravvivenza. E’ una forza importante che ci spinge. E cosa vuol dire questo? Che l’obbiettivo della fame è la vita.

La vita non solo come azione biologica ma anche come azione sociale.


Dai precedenti esempi, ci appare immediatamente intuitivo che l’alimentazione è qualcosa di più del bisogno di sopravvivere, soddisfatto il quale, essa diviene, infatti, un atto comunicativo e relazionale. Attraverso il cibo intessiamo relazioni, cerchiamo protezione, celebriamo dei riti, condividiamo momenti, stiamo in compagnia e, in alcuni casi, moduliamo alcune emozioni percepite come spiacevoli.

Se l’alimentazione è, quindi, un atto comunicativo, c’è da chiedersi che cosa vogliamo comunicare attraverso essa.

Ormai da qualche anno, è pratica consolidata e condivisa quella di “postare” alcune foto dei nostri pasti sui social. Quale motivazione ci spinge a voler rendere partecipi gli altri di ciò che stiamo mangiando? Che cosa intendiamo comunicare attraverso quell’istantanea?

Pensiamo che, attraverso il cibo, comunichiamo agli altri chi siamo e che cosa ci piace, ovvero la nostra identità, ma anche la nostra appartenenza a una determinata cultura e a una determinata comunità, oltre al nostro credo religioso. È così che la scelta di un regime alimentare vegano diviene un atto non solo nutritivo ma anche comunicativo delle proprie convinzioni culturali e sociopolitiche; la pubblicazione sui social di un piatto tipico regionale rimarca l’appartenenza a quel territorio e il panettone ricorda che festeggiamo il Natale in quanto cristiani.

Il cibo diviene uno strumento per dire al mondo che ci siamo, esistiamo anche noi. A volte, attraverso l’alimentazione, cerchiamo di comunicare agli altri ciò che le parole non riescono a dire o ciò che da soli non riusciamo a tollerare. Il cibo diviene strumento per manifestare un nostro disagio interno.

Se potessimo osservare i nostri clienti mentre mangiano, potremmo avere molte più informazioni di quelle che consapevolmente riescono a darci.


Sarà capitato anche a voi che, dopo una giornata particolarmente impegnativa, sperimentando rabbia o tristezza, vi ritrovate a cercare conforto in un alimento che soddisfi il vostro gusto o, magari, vi ricordi proprio quel momento piacevole nel quale lo avete assaggiato per la prima volta.

I cibi portano con sé memorie. Assaporando quel biscotto lì, la mente passeggia nella cucina di nonna, ne ritrova il profumo e il calore, ne assapora l’affetto e si lascia coccolare da essa.


Nutrirsi va oltre il semplice fatto di mangiare, nutrirsi è un’esperienza che ci coinvolge - o dovrebbe coinvolgerci- completamente.

Il corpo, nostro contenitore, un tempo era considerato sacro come l’anima, che di esso rappresenta il contenuto.

Attualmente, ci accorgiamo di quanto sempre più spesso il nostro contenitore sia alla merce della società e del consumo insito in essa. Un corpo del quale non sentiamo più la profondità, l’amore. E’ diventato qualcosa fuori da noi e noi non ce ne accorgiamo.


Per riappropriarci dell’’esperienza del nutrirsi, diviene dunque necessario accostarsi ai pasti con piena consapevolezza. Sospendiamo il giudizio e chiediamoci: Come alimentiamo il nostro corpo? Gli alimenti che oggi abbiamo scelto per noi, ci fanno bene o male? Ci danno la giusta energia?

E allora assaporiamone lentamente il gusto, andiamo a fondo della sensazione. Ci piace o non ci piace quello che sentiamo? Stiamo scegliendo quello che stiamo mangiando? O, forse, scegliamo di mangiare o non mangiare qualcosa per paura di essere giudicati?

Lo coccoliamo mai il nostro corpo? Ci accarezziamo? Conosciamo tutte le parti?

E se si, sappiamo di cosa esse hanno bisogno?

Nella nostra esperienza personale e clinica, notiamo spesso quanto molte persone non abbiano fatto esperienza di parti del proprio corpo. A volte non si vuole sentire. A volte mangiamo senza sentire, gustare, quello che mangiamo.

Il gusto è la nostra bussola per scegliere cosa ci fa bene e ci piace e cosa no.

Persa questa bussola, l’istinto di vita della fame rischia di diventare istinto di morte.

E quindi iniziamo a mangiare cibo spazzatura – o comfort food - che spazza via tutte le paure e i dolori per un po' per poi fa sprofondare nell’angoscia e, se va ancora peggio, disintegra gli organi. Distrugge il nostro contenitore.

Diviene dunque necessario scegliere di cambiare la rotta del nostro destino, raggiungere quindi i nostri desideri, partendo anche da cosa e come scegliamo di mangiare oggi, ora.

Ci piace pensare che il corpo sia le ali della nostra anima. Se non curiamo e proteggiamo le ali… L’anima non potrà mai volare, libera.


Dott.ssa Elisa Pioppi – Psicologa e Psicoterapeuta della Gestalt

Dott. Antonino Cascione – Psicologo e Analista Transazionale

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