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  • Immagine del redattoreELISA PIOPPI

L'altra faccia dell'invidia: elisir di bella vita.



Il valore genera l’invidia nelle menti meschine

e l’emulazione nelle anime grandi” Henry Fielding



Scrivere sull’invidia è più complicato di quanto immaginassimo. Per poterne parlare abbiamo avuto bisogno di contattare la nostra invidia e immaginarcela accanto; altrimenti non ci avrebbe permesso di parlarne se non le avessimo dato la dignità di esistere chiedendole “Aiutaci”. A quel punto si è girata verso di noi, ci ha sorriso, ed abbiamo iniziato a scrivere.


Nella cultura popolare si crede che a guardare qualcuno con intenzione malevola si finisce per nuocere veramente, gli si “getti il malocchio”. Questa credenza è connessa con la parola latina “In-vedere”, che significa, appunto, “guardare contro, guardare male” e che costituisce l’etimologia della parola italiana “Invidia”.


L’invidia è un’emozione complessa, socialmente condannata e annoverata tra i sette vizi capitali; nei secoli è stata oggetto di riflessioni da parte dei più grandi autori della letteratura. Lo stesso Dante riserva agli invidiosi un canto del Purgatorio e un terribile contrappasso: le anime di coloro che in vita “guardarono male”, nell’aldilà hanno gli occhi cuciti con del fil di ferro.


Che ci piaccia o no, che sia socialmente desiderabile o meno, dobbiamo riconoscerlo: almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo sperimentato invidia. Un sentimento di malanimo che ci coglie quando vediamo che un'altra persona possiede qualcosa, materiale o meno, che vorremmo avere anche noi. Un pensiero pungente che ci coglie all’improvviso e ci fa dire tra noi “Se non ce l’ho io, non deve averla nemmeno lui/lei”.


L’invidia è un sentimento che nasce quando iniziamo a relazionarci con il mondo; chi ne scrisse fu Melanie Klein quando propose la teoria dell’invidia primaria. L’idea della psicoanalista era che il bambino, non potendo nutrirsi da solo, può provare invidia per il seno che lo alimenta.

Potremmo quindi dire, stimolati dal suo pensiero, che l’invidia nasce appena scopriamo che l’altro ha qualcosa di buono, che condivide, e che noi non abbiamo. L'invidia sopraggiunge quando sperimentiamo il dolore dell’assenza e della mancanza.


L’invidia, infatti, nasce nella relazione ed è attraverso il confronto con l’altro che possiamo sperimentare la nostra mancanza, una mancanza della quale, un attimo prima, forse non ne eravamo nemmeno consapevoli. Spesso, questa emozione si accompagna a sentimenti di ingiustizia e indegnità, a frustrazione, rabbia, fastidio… In breve, ci far star male e ci convince che l’unico modo per ristabilire la giustizia e l’equilibrio sia quello di privare anche l’altro della sua “fortuna” o, almeno, di svalutarlo per questo. “L’uva è acerba” – disse la Volpe.


Ma, come afferma McCourt, “L’invidia è come prendere un veleno e aspettare che l’altra persona muoia”. Beviamo sorsate di veleno in attesa che qualcosa cambi, che qualcosa volga a nostro favore e, invece, ci stiamo rimettendo le penne. Insomma, è davvero una cosa poco furba.

E allora chiediamoci: Che cosa dice di noi questa emozione? È possibile rifiutarsi di bere l’amaro calice e ordinarsi un fresco spritz?

Possiamo ipotizzare di scegliere due strade, una che con molta probabilità ci porta dove desideriamo e una che scopriamo essere una strada chiusa.


Riflettiamoci un momento. Quando ci arrovelliamo per la fortuna del vicino di casa, del collega di lavoro o della cugina, stiamo implicitamente dichiarando che a noi manca qualcosa che desidereremmo tanto. Fintanto che continuiamo a stare nella frustrazione e nella rivalità non cambieremo la nostra condizione di mancanza, ma, al contrario, la peggioreremo, aggiungendo un vissuto spiacevole che comporta dispendio di energia psichica.

Siamo all’interno di quel tipo di Invidia detta Distruttiva.

Ci facciamo logorare dal quel sentimento fatto di dolore, paura e rabbia che difficilmente ci porterà ad evolvere. Spesso, infatti, l’invidioso è incline all’isolamento, si veste di giustificazioni e giudizi per non cambiare la sua condizione che non sa essere misera. Non ci sono passaggi, solo degrado e regressione.


Se, invece, riuscissimo a contattare il nostro Desiderio, a sentirne l’intensità al di fuori della rivalità, potremmo trasformare il veleno in elisir. Una pozione che ci permette di acquisire consapevolezza e ci motiva ad agire nella direzione che il desiderio ci indica.


Un’indicazione che potrebbe rendere interessante il percorso è quella di chiedere aiuto a chi ci ha fatto scoprire quella bellezza e farci dare delle indicazioni su come ottenerla. Ci spostiamo quindi dall’invidia all’ammirazione. Dalla rabbia alla gioia. Dall’impossibilità alla possibilità.


Dobbiamo avere il coraggio di chiederci “Che cosa posso fare io adesso per ottenere ciò che invidio?”, “Che cosa davvero conta per me?”, “Quale strada mi sta indicando l’altro con la sua fortuna?”. È solo in questo modo che possiamo far emergere la componente Costruttiva dell’invidia, quella parte che ci permette di guardare agli altri con ammirazione per avercela fatta, per essere riusciti a ottenere ciò che volevano e quindi con la possibilità di emularli, percorrendo anche noi quel cammino.


Che succede, però, se ciò che desidero è proprio al di fuori della mia portata?

In questo caso, impariamo ad accettare la nostra condizione e le nostre imperfezioni, sperimentando gratitudine per ciò che abbiamo.


In conclusione, crediamo sia necessario sottolineare che il provare invidia non sia qualcosa di anomalo ma profondamente umano; con questa consapevolezza possiamo riconoscere questo sentimento come utile e iniziare ad usarlo a nostro vantaggio, per il nostro benessere emotivo.


Dott.ssa Elisa Pioppi - Psicologa e Psicoterapeuta della Gestalt

Dott. Antonino Cascione - Psicologo e Analista Transazionale

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